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YELLOW ! variazioni in giallo

6 maggio - 13 giugno 2009

 

GIORGIO CHIESI
LUCIO DEL PEZZO
MARCO LODOLA
UGO NESPOLO
ATTILIO STEFFANONI
VALENTINO VAGO
LUIGI VERONESI
 
clicca sui nomi per i vedere i particolari di alcune opere esposte 

 Valentino Vago , PE 122, 1972 

La Galleria Marelia propone una selezione di opere di artisti contemporanei, tutte contrassegnate dalla preminenza cromatica in giallo, tonalità che fa da filo conduttore all’interno del percorso espositivo.

Ritornando indietro nel tempo, nel suo “Libro dell’arte”, scritto verso il 1390 probabilmente a Padova, il pittore Cennino Cennini dà una connotazione ambigua di questo colore scrivendo che «Giallo è un colore che si chiama giallorino, el quale è artificiato, e è molto sodo e greve come prieta, e duro da spezzare (…) però ti dico sia colore artificiato, ma non d’archimia». Tale giallorino o giallolino, che successivamente si identificherà con il famoso Giallo di Napoli, così chiamato da tutti gli artisti nei cinque continenti, verrà utilizzato già a partire dal cinquecento prevalentemente allo scopo di far risaltare le altre cromie e, con Caravaggio, di rivelare la parte luminosa del nero. Nella Roma del Seicento c’era già un particolare pigmento giallo (identificato correttamente solo dopo molti anni come giallo di piombo stagno e antimonio)  largamente usato da pittori come Domenico Zampieri detto il Domenichino, Orazio e Artemisia Gentileschi, i quali però non avevano nozioni precise sulla sua composizione. In tempi più recententi, tra gli specialisti del giallo, ci fu Vincent van Gogh che lo predilesse durante tutto il periodo di Arles e Saint-Rèmy (La casa gialla, 1888 a Vaso di girasoli, 1888) e  Paul Gauguin e che lo usò in funzione simbolica e antinaturalistica (Cristo Giallo, 1889). Il padre dell’astrattismo Wassili Kandinskij, che fece della ricera del "suono interiore" dei colori uno degli aspetti più originali della propria indagine artistica, affermava: tutti i colori, hanno un profumo spirituale e una qualità musicale che ne esprime l'essenza. Il giallo è gioioso, pieno di energia, ma "incapace di profondità"; quando la sua tonalità è intensa, è come "il suono acuto di una tromba".

Tutti gli artisti in mostra, pur lavorando con mezzi anche molto differenti e seguendo tendenze tra le più disparate in un arco di tempo che va dagli anni sessanta fino ad oggi, possono felicemente dialogare tra loro attraverso questa precisa scelta cromatica.

Bengt Lindström (Storsjökappel, Svezia, 1925- Sundsvall, Svezia, 2008) uno tra gli esponenti più riconosciuti dell’espressionismo nord-europeo, cantore dei miti e delle leggende della sua terra, nella perturbante Donna in giallo (1965 ca. - immagine in alto) scarica le forti pulsioni vitalistiche attraverso la violenza del gesto e la pesantezza delle pennellate caratterizzate dalla materia grumosa e abbondante fino all’eccesso. L’opera di Pino Pinelli (Catania, 1938) concettualmente lontanissima dalla precedente, ci permette di restare nell’ambito di una pittura che richiama un’esperienza plurisensoriale, non solo visiva ma anche tattile. Dagli anni ottanta infatti l’artista realizza opere composte da un’amalgama di materiali diversi che danno la sensazione di una pellicola piacevolemente vellutata. L’opera esposta, NG 1991, unisce due delle inconfondibili forme a mezzaluna dai contorni slabbrati, dove il giallo puro si oppone al nero. Se in alcune opere il giallo si estende con prepotenza occupando gran parte della superficie pittorica, come nel monocromo di Turi Simeti (Alcamo, Trapani, 1929) nel quale la peculiare forma ellittica estroflessa si ripete con rigore, in altre il colore si insinua con delicatezza dando carattere e tono alla composizione, come nella tela di Valentino Vago (Barlassina, Milano, 1931) che insieme a Pinelli si inserisce nel solco della Pittura analitica. E’ una pittura fatta di luce ed equilibrio la sua e la tela esposta, PE 122, 1972, dove i gialli chiari giocano con i bianchi e i grigi, ne riassume appieno tutta la poetica. Sebbene l’approccio sia completamente diverso, non si allontana dal lavoro sulla luce Marco Lodola (Dorno, Pavia, 1955) di cui in mostra è presentata una delle sculture luminose che l’hanno reso famoso in tutto il mondo e che lo porteranno a partecipare alla prossima edizione della Biennale di Venezia. L’ironia esplode nell’opera di Giorgio Chiesi (Felina, Reggio Emilia, 1941)  il cui soggetto, un  vecchio apprecchio telefonico giallo, ormai andato in pensione nell’era dei cellulari, è ridotto all’essenzialità nel suo linguaggio esuberante, divertente e immediato. Un discorso a parte merita l'opera di Claudio Destito (Roma, 1959) Metro gialla di Milano, 2002 dove, con esito spiazzante, l’artista ricostruisce perfettamente un oggetto d’uso comune al fine di fargli perdere la sua funzione pratica e creare poi, attraverso il gioco di parole, un sottile doppio senso.Materiali riciclati (attenzione, non di scarto) sono fatti rivivere da Danilo Marchi (Biella, 1959) nell'altorilievo realizzato dall'assemblage di "pet" gialli, ovvero le classiche bottigliette in plastica trasparente, di cui l'artista rifiuta il tradizionale utilizzo -usa e getta- per ricavarne immortali uomini artificiali. Una sorta di atmosfera lunare di grande effetto si scopre nei lavori di Attilio Steffanoni (Bergamo, 1938) improntati dalla tipica materia liquida di impalpabile leggerezza, mentre l’opera di Vittorio Bellini (Bergamo, 1936) all’opposto, si carica di smalti e colori ad olio, sparati come potenti fucilate sulla tela.

 

(photos by Osvaldo Calvi)

 

 

 
Premiere Classe