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Archivio mostre » CLAUDIO DESTITO - Seno e Coseno

 

 

 
CLAUDIO DESTITO | Seno e coseno
a cura di Maria Paola Mosca
 
 
9 ottobre - 18 novembre 2010
 
Inaugurazione: sabato 9 ottobre ore 18.00
 
Incontro con l'artista e aperitivo a tema in galleria con Loco Restaurant & Pizza Bergamo.
 
 
 
Evento inserito nel programma "Bergamo opens to Contemporary" organizzato da THE BLANK (Associazione gallerie d'arte moderna e contemporanea di Bergamo - www.theblank.it) in occasione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI (Associazione Musei d'Arte Contemporanea Italiani - www.amaci.org)
 
 
Claudio Destito, Seno e coseno, 2007, cm 40x40x13

Catalogo con testo del curatore disponibile in galleria

Claudio Destito è nato a Roma nel 1959 e si è diplomato all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.  Vive e lavora a Lecco.
L’artista si autodefinisce un “minimalista ironico” e, come precisamente sottolineato dal critico Roberto Borghi: “la realizzazione di forme essenziali, la stesura di campiture monocrome, l’attitudine a impostare geometricamente la costruzione dell’immagine fanno di lui l’epigono di una tendenza artistica del passato – il minimalismo – che non cessa di condizionare il presente. L’ironia consente alla sobrietà estetica di essere priva di severità: un tono giocoso, quasi ilare, pervade il suo lavoro”. Tra le sue personali: “Lo specchio tradito”, Galleria Eva Menzio, Torino (1989); “Double gum”, L'ospite”, Galleria Eva Menzio, Torino (1993); “La realtà replicata”, Fondazione Marazza, Borgomanero, Novara (1994); “Claudio Destito” Galerie Krief, Parigi (1995); “Claudio Destito” Galleria Flavia Zanetti, Magliaso, Svizzera (1996); “Specchio delle mie brame”, Galleria Silbernagl, Daverio, Varese (1997); “Bianco ironico”, Galleria Il Milione, Milano (2003); "Honoris causa", Galleria Milly Pozzi Arte, Como (2006).
Nel 2004 è vincitore del premio acquisto alla IV edizione del Premio Donato Frisia IV, Merate, Lecco.
 
Dal testo di Maria Paola Mosca in catalogo
 
Ha imparato dalla realtà a rappresentare la forma con ironia e ha fatto del colore semplice l’accento per il suo parlare in immagini. Le opere più recenti di Claudio Destito sono ricoperte da una patina che sa di un certo minimalismo anni sessanta e settanta, ma solo un occhio poco attento cadrebbe nel rischio di classificare l’opera in un limite troppo costringente: dietro ogni composizione, infatti, gioca a nascondersi l’occhiata divertita dell’artista che allude significati quasi troppo chiari, ben definiti e addirittura palesi.
I legni dell’artista lecchese di adozione sono costituiti dall’elemento materiale e completati da una terminologia che parte dal fraseggio quotidiano, dai modi del dire comune e di un certo immaginario di massa innalzato a componente dell’opera. Oltre al legno e ai colori usati, quindi, i diversi quadri-oggetto esprimono una particolare serie di significati sintetici stretti in un rapporto non scindibile con l’aspetto materiale. Nell’opera d’arte i soggetti, cose di tutti i giorni sono semplificati nella forma, ma estesi nella loro componente concettuale ben oltre la mera rappresentazione fisica. Ecco allora che un pannello arrotondato appeso perpendicolarmente alla parete riecheggia il fluire della Cascata a cui si ispira; e alcune forme elementari schematizzate all’estremo, poi unite da una barra orizzontale rendono l’immagine di panni stesi al vento. […] L’incipit del processo creativo è un pretesto semplice, quasi un’ode alla banalità del quotidiano. Procedendo su questa linea di chiarezza espressiva il risultato non può che essere, quindi, lineare, velocemente comprensibile per merito del linguaggio usato che è quello del parlare comune.
 
 
 
 

Benché la scelta sia orientata verso la semplicità compositiva, i lavori dell’artista sono una rappresentazione efficace del reale che dalla loro componente concreta traggono quanto è sufficiente ad identificare il soggetto. Attraverso la schematizzazione dell’elemento centrale, poi, viene enfatizzata la componente più lirico-evocativa del modello, sottolineata tramite il titolo scelto. In questo modo viene dato pari peso all’aspetto concreto e a quello concettuale in modo da ottenere una combinazione equilibrata di forme elementari accumulate e definizioni esplicite dalla grande forza evocativa.

Ode alla memoria, quindi? In un certo senso.
Di sicuro Destito – coloristicamente e per temi scelti – fa andare il pensiero ad una certa idea di italianità di cui l’opera è pervasa, rilanciata anche dal carattere divertito che formula rimandi e giochi di parole/immagini. L’artista sfrutta sapientemente, infatti, queste caratteristiche che derivano in un certo modo dalla sua sperimentazione del retaggio poverista di quando, poco più che studente nella Torino dove si è diplomato, era difficile non confrontarsi con certi “mostri sacri” dell’arte contemporanea. Questo confronto però lo ha visto attore e non recettore passivo. Sono infatti, importanti nelle sue prime opere del periodo torinese, le ispirazioni derivanti dagli specchi di Pistoletto – in qualche modo espressione dell’Italia e delle sue manifestazioni artistiche dell’epoca - comunque non presi pedissequamente a modello, bensì manipolati e poi riutilizzati: il suo processo parte dal gesto di rompere l’oggetto riflettente per poi fare uso dei pezzi risultanti nella realizzazione di scenari diversi, non totalmente reali, ma che dal reale prendono forma e al reale si ispirano. Ne sono esempio le opere raffiguranti i cactus le cui spine sono i frantumi stessi degli specchi rotti; quegli stessi frammenti che altre volte, invece, diventano le stelle in tele raffiguranti scorci di firmamento poi assemblate su pareti blu. […]
 
Destito gioca, come se in ogni creazione sfidasse la logica e la tendenza comune a complicare fin troppo anche le cose più ovvie. Si diverte quasi al modo del Piccolo Principe di Saint-Eupéry che cerca e scopre i significati doppi, seppur semplici e prevedibili, ma nonostante questo non tanto immediati per un occhio adulto, cioè in genere condizionato da concetti predefiniti. Così, l’artista rappresenta quanto del reale le parole sottintendono, cioè, ad esempio, le possibilità inespresse o quelle che filtrate dalla mente più matura, vengono scartate perché meno lampanti e, quindi, dimenticate, in un certo senso, tra le miriadi di informazioni registrate durante il corso di una vita. […]

 

 

 

 

 

 
Premiere Classe