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.jpg) | NOIR et BLANC MADI 31 marzo - 20 maggio 2010 Sedi mostra in Bergamo: Mostra e catalogo a cura di Paola Silvia Ubiali Catalogo Lubrina Editore, testo critico di Matteo Galbiati Ufficio stampa e PR Cosmo Comunicazione Bergamo in collaborazione con: | Carmelo Arden Quin (Rivera, Uruguay, 1913) Senza titolo, 2004, cm 60x1x57 | OPERE DI: | Arden Quin Carmelo Bensasson Roger Bertolio Angelo Giuseppe Besse Joël Binet Dominique Bolivar Bourmaud Gaël Branchet Jean Caceres Pepe Caceres Martin Caruso Sandina Charasse Jean Cornolò Elisabetta Cortese Franco Di Leone Carlos Faccio Lorena Fajo Janos Forlivesi Mirella Frangi Reale Franco Froment Joël Fulchignoni Aldo Galvao Joao Carlos Jouët Michel Kimura Yumiko Lambelé Antonia Lombardi Alberto Luggi Gino Marinho Jaildo Mascia Vincenzo | Milo Renato Minoretti Giuseppe Monferran Eugenio Mori Mitsouko Nem’s Judith Nicolato Gianfranco Pasquer Claude Peclard Alain Perrotelli Antonio Pilone Marta Pinna Gaetano Prade Isabelle Prestach Mariano Ramaglia Armando Ridell Torsten Rohr Renée Rosa Giuseppe Rubens Albert Saint-Cricq Sato Satoru Saxon Janos Szasz Silva Inès Stafforini Gloria Thomen Thierry Tommaseo Enrique Vacher Philippe Vergouwen Helen Zangara Piergiorgio | Le opere presentate in questa mostra itinerante sono state realizzate sulla base di un’idea del fondatore del Movimento Internazionale Madi, CARMELO ARDEN QUIN che, con cadenza annuale, propone agli artisti del gruppo un tema specifico su cui lavorare, al fine di stimolarne le ricerche personali. Ogni artista è sempre libero di aderire o meno alla proposta, anche in relazione alla propria sensibilità rispetto al tema. L’iniziativa contribuisce a garantire quel rinnovamento su cui si fonda il movimento ed allo stesso tempo distoglie da possibili cadute manieristiche che potrebbero comprometterne l’evoluzione. Tra le tracce proposte nel corso degli anni si ricordano: “Mobile, Amovible, Coplanal, Articulable, Variable”, “Triangle Madi”, “Constellations”, “Point Cardinaux”, “Noir et Blanc”, “Monochrome”, “Bichrome”. La mostra in oggetto raccoglie interessanti ricerche nell’ambito dei due “non colori”, in coerenza con la filosofia e le scelte estetiche del movimento. | L’esposizione, per la prima volta in Italia, è stata presentata in Francia nei seguenti spazi: 5 - 26 maggio 2007 “Madi noir & Blanc”, Centre Culturel de l’Arsenal Maubeuge, Francia 1 giugno - 1 luglio 2007 “Blanc et Noir Madi”, Centre d’Art Géométrique Orion, Parigi (sede Istituzionale del Movimento Internazionale Madi) 18 dicembre 2007 - 7 gennaio 2008 “Madi noir et blanc et 3 sculpteurs, Coadou, Saint-Cricq, Thomen”, Mairie du XXéme arrondissement, Parigi 17 gennaio - 2 aprile 2008 Nell’ambito della mostra “Mouvement Madi International Buenos Aires 1946 – Paris 2008, Maison de l’Amérique Latine, Parigi. |
 Giovanni Frangi, Dora Dora, 2004, olio su tela, cm 190x160 | PAESAGGI CONTEMPORANEI dalla visione bucolica allo scenario post-urbano Alessandro Bazan | Giovanni Frangi | Luca Giovagnoli Jonathan Guaitamacchi | Alessandro Papetti | Dany Vescovi | William Marc Zanghi 26 febbraio | 26 marzo 2010 Inaugurazione: giovedì 25 febbraio Cosa hanno in comune questi artisti che ancora si permettono, nel ventunesimo secolo, di usare un mezzo espressivo tradizionale come la pittura? Ed ancora, dipingendo temi classici quali paesaggi e vedute? Le risposte sono molteplici, innanzitutto il “fare artistico” che condividono non è più da intendersi come “genere pittorico” o semplice “pretesto” bensì come modo per riappropriarsi delle immagini, mezzo autobiografico, scelta dettata da precisa convinzione estetica e concettuale, mai superficiale. Inoltre, assumendosi il rischio di venir considerati anacronistici o un po’ demodé, questi artisti vivono e lavorano comunicando esperienze con lo strumento ad essi più congeniale: la pittura che si attualizza, si rinnova e si confronta con il presente, guardando di frequente a soluzioni tecniche e formali contemporanee. Alessandro Bazan (Palermo, 1966) con gesto veloce e immediato si destreggia in un mondo prossimo a quello della bande dessinée e del cinema, dipingendo paesaggi improbabili dal sapore surreale, spesso popolati da pittoreschi personaggi bizzarramente dinoccolati negli atteggiamenti. Giovanni Frangi (Milano, 1959) prendendo spunto da un data base di immagini fotografiche realizzate nel corso degli anni lavora la materia senza mai rinunciare alla manualità, stratificando, aggiungendo, togliendo, per cogliere effetti di grande lirismo. Nei lavori di Luca Giovagnoli (Rimini, 1963) la materia (ovvero i pigmenti mescolati con sabbia della riviera romagnola) ed i soggetti rivelano lo stretto legame con la sua terra in una pittura leggera dai contorni evanescenti. Jonathan Guaitamacchi (Londra, 1961) fa delle sue vedute urbane riprese a volo d’uccello e rigorosamente in bianco e nero, una sorta di inquietante ossessione nella quale non c’è posto per l’uomo, come pure nelle vedute urbane disabitate di Alessandro Papetti (Milano, 1958) dove l’esasperazione della profondità e delle prospettive congiunta ai colori freddi, quasi nordici provoca una senzazione di disagio e smarrimento. Dany Vescovi (Milano, 1969) sceglie, seziona e scompone immagini fotografiche per realizzare perfette inquadrature e circoscritti scorci paesaggistici nei quali l’effetto bucolico è smorzato da un impeccabile rigore tecnico e compositivo; fondamentale far notare l’approccio tecnologico è affiancato dalla pittura ad olio che mantiene sempre un ruolo primario. William Marc Zanghi (Wichita, Kansas, 1972) con le vernici industriali dipinge paesaggi apocalittici, sospesi in una dimensione onirica dove l’effetto spiazzante del nonsense, del caos, del “cosa può accadere ora?” è alleggerito dal fascino di una pittura estremamente seducente. Orari di apertura: lunedì-venerdì 14.00-20.00 | sabato 15.30-20.00 mattino su appuntamento | ingresso libero Con il contributo di: Banca Mediolanum | Ristorante Da Dorilio, Bergamo |
%20su%20tela,%20cm%2070x100%20site.jpg) | Gabriele Talarico PARALLEL I a cura di Valerio Dehò 28 settembre | 05 novembre 2009 Inaugurazione: sabato 26 settembre ore 18.00 Luoghi: Galleria Marelia arte moderna e contemporanea | Bergamo | via G. D'Alzano, 2b Hotel Mercure Bergamo Palazzo Dolci | via Papa Giovanni XXIII, 100 in collaborazione con : Hotel Mercure Bergamo Palazzo Dolci |  | Colle dell'Aia | Vini bergamaschi in Grumello del Monte | |
| City light, 2009, tempera, uniposta e olio su tela, cm 70x100 | Nei lavori di Gabriele Talarico si mostra il lato interno delle persone e delle città, una sorta di immagine rovesciata, invertita dal positivo al negativo, che mette in luce una visione diversa del mondo. Si può dire che l’artista guardi alla fotografia in modo indiretto, quanto traslato. I volti, soprattutto quelli dei bambini, finiscono per diventare leggeri ed eterei, senza perdere una carica luciferina. Il lato oscuro è sempre presente. Tecnicamente vi è anche una memoria storica, le sperimentazioni delle avanguardie, le foto off camera di Man Ray, ma rilette in una chiave concettuale da bad painting. L’artista non pratica nessuna forma di realismo, anche se è della realtà che si occupa e s’interessa. I suoi ritratti mettono in evidenza una generazione nascente, attraverso un almost blue che richiama il buio, la notte, che assorbe le figure nel momento in cui le fa rimbalzare sulla superficie. Nella serie delle città prevale il colore, una magia di forme che s’intersecano in trasparenze spesso estetizzanti, spettacolari. Il mondo diventa più bello come in un’apparizione mattutina. La tecnica dell’inversione cromatica fa sembrare le tele dei negativi presi dalle vecchie pellicole fotografiche. Ma persone e città, bambini e megalopoli formano una visione unitaria di un mondo che si specchia nella negatività per essere se stesso. Valerio Dehò |
SUMMER EDITIONS | EDIZIONI D'ESTATE 1 luglio | 8 agosto 2009 |
 |  | ENRIQUE AHIL BERNARD AUBERTIN GIANNI BUCHER SCHENKER GIUSEPPE CHIARI ROBERTO GAETANO CRIPPA SERGIO DANGELO CLAUDIO DESTITO ANTONIO IEVOLELLA CLAUDIO OLIVIERI PINO PINELLI UGO RIVA ENRICO REDOLFI ATTILIO STEFFANONI |

YELLOW ! variazioni in giallo6 maggio - 13 giugno 2009 GIORGIO CHIESI LUCIO DEL PEZZO MARCO LODOLA | UGO NESPOLO ATTILIO STEFFANONI VALENTINO VAGO LUIGI VERONESI clicca sui nomi per i vedere i particolari di alcune opere esposte |
Valentino Vago , PE 122, 1972 La Galleria Marelia propone una selezione di opere di artisti contemporanei, tutte contrassegnate dalla preminenza cromatica in giallo, tonalità che fa da filo conduttore all’interno del percorso espositivo. Ritornando indietro nel tempo, nel suo “Libro dell’arte”, scritto verso il 1390 probabilmente a Padova, il pittore Cennino Cennini dà una connotazione ambigua di questo colore scrivendo che «Giallo è un colore che si chiama giallorino, el quale è artificiato, e è molto sodo e greve come prieta, e duro da spezzare (…) però ti dico sia colore artificiato, ma non d’archimia». Tale giallorino o giallolino, che successivamente si identificherà con il famoso Giallo di Napoli, così chiamato da tutti gli artisti nei cinque continenti, verrà utilizzato già a partire dal cinquecento prevalentemente allo scopo di far risaltare le altre cromie e, con Caravaggio, di rivelare la parte luminosa del nero. Nella Roma del Seicento c’era già un particolare pigmento giallo (identificato correttamente solo dopo molti anni come giallo di piombo stagno e antimonio) largamente usato da pittori come Domenico Zampieri detto il Domenichino, Orazio e Artemisia Gentileschi, i quali però non avevano nozioni precise sulla sua composizione. In tempi più recententi, tra gli specialisti del giallo, ci fu Vincent van Gogh che lo predilesse durante tutto il periodo di Arles e Saint-Rèmy (La casa gialla, 1888 a Vaso di girasoli, 1888) e Paul Gauguin e che lo usò in funzione simbolica e antinaturalistica (Cristo Giallo, 1889). Il padre dell’astrattismo Wassili Kandinskij, che fece della ricera del "suono interiore" dei colori uno degli aspetti più originali della propria indagine artistica, affermava: tutti i colori, hanno un profumo spirituale e una qualità musicale che ne esprime l'essenza. Il giallo è gioioso, pieno di energia, ma "incapace di profondità"; quando la sua tonalità è intensa, è come "il suono acuto di una tromba". Tutti gli artisti in mostra, pur lavorando con mezzi anche molto differenti e seguendo tendenze tra le più disparate in un arco di tempo che va dagli anni sessanta fino ad oggi, possono felicemente dialogare tra loro attraverso questa precisa scelta cromatica. Bengt Lindström (Storsjökappel, Svezia, 1925- Sundsvall, Svezia, 2008) uno tra gli esponenti più riconosciuti dell’espressionismo nord-europeo, cantore dei miti e delle leggende della sua terra, nella perturbante Donna in giallo (1965 ca. - immagine in alto) scarica le forti pulsioni vitalistiche attraverso la violenza del gesto e la pesantezza delle pennellate caratterizzate dalla materia grumosa e abbondante fino all’eccesso. L’opera di Pino Pinelli (Catania, 1938) concettualmente lontanissima dalla precedente, ci permette di restare nell’ambito di una pittura che richiama un’esperienza plurisensoriale, non solo visiva ma anche tattile. Dagli anni ottanta infatti l’artista realizza opere composte da un’amalgama di materiali diversi che danno la sensazione di una pellicola piacevolemente vellutata. L’opera esposta, NG 1991, unisce due delle inconfondibili forme a mezzaluna dai contorni slabbrati, dove il giallo puro si oppone al nero. Se in alcune opere il giallo si estende con prepotenza occupando gran parte della superficie pittorica, come nel monocromo di Turi Simeti (Alcamo, Trapani, 1929) nel quale la peculiare forma ellittica estroflessa si ripete con rigore, in altre il colore si insinua con delicatezza dando carattere e tono alla composizione, come nella tela di Valentino Vago (Barlassina, Milano, 1931) che insieme a Pinelli si inserisce nel solco della Pittura analitica. E’ una pittura fatta di luce ed equilibrio la sua e la tela esposta, PE 122, 1972, dove i gialli chiari giocano con i bianchi e i grigi, ne riassume appieno tutta la poetica. Sebbene l’approccio sia completamente diverso, non si allontana dal lavoro sulla luce Marco Lodola (Dorno, Pavia, 1955) di cui in mostra è presentata una delle sculture luminose che l’hanno reso famoso in tutto il mondo e che lo porteranno a partecipare alla prossima edizione della Biennale di Venezia. L’ironia esplode nell’opera di Giorgio Chiesi (Felina, Reggio Emilia, 1941) il cui soggetto, un vecchio apprecchio telefonico giallo, ormai andato in pensione nell’era dei cellulari, è ridotto all’essenzialità nel suo linguaggio esuberante, divertente e immediato. Un discorso a parte merita l'opera di Claudio Destito (Roma, 1959) Metro gialla di Milano, 2002 dove, con esito spiazzante, l’artista ricostruisce perfettamente un oggetto d’uso comune al fine di fargli perdere la sua funzione pratica e creare poi, attraverso il gioco di parole, un sottile doppio senso.Materiali riciclati (attenzione, non di scarto) sono fatti rivivere da Danilo Marchi (Biella, 1959) nell'altorilievo realizzato dall'assemblage di "pet" gialli, ovvero le classiche bottigliette in plastica trasparente, di cui l'artista rifiuta il tradizionale utilizzo -usa e getta- per ricavarne immortali uomini artificiali. Una sorta di atmosfera lunare di grande effetto si scopre nei lavori di Attilio Steffanoni (Bergamo, 1938) improntati dalla tipica materia liquida di impalpabile leggerezza, mentre l’opera di Vittorio Bellini (Bergamo, 1936) all’opposto, si carica di smalti e colori ad olio, sparati come potenti fucilate sulla tela. (photos by Osvaldo Calvi) |
 | Madì - arte come invenzione 7 marzo – 30 aprile 2009 Inaugurazione: sabato 7 marzo, ore 17.30 FRANCO CORTESE – MIRELLA FORLIVESI – REALE FRANCO FRANGI – GINO LUGGI VINCENZO MASCIA – RENATO MILO – GIANFRANCO NICOLATO – MARTA PILONE GAETANO PINNA – GIUSEPPE ROSA – PIERGIORGIO ZANGARA
| | Reale. F. Frangi, Apertura, 2005 | Sin dalla sua nascita, avvenuta a Buenos Aires nel 1946, in periodo peronista, Madí è stata un’officina di libera creazione e sperimentazione che ebbe alcune affinità con altre precedenti e/o parallele esperienze europee, dal Suprematismo russo al Neoplasticismo olandese, dal Razionalismo tedesco alla più recente École de Paris. Nel corso di oltre sessant’anni di storia senza soluzione di continuità, il movimento Madí ha saputo aprirsi a giovani seguaci, compiere una costante palingenesi evitando di chiudersi ed involversi come è accaduto a molte altre formazioni artistiche, paralizzate dalla mancanza di rinnovamento e bloccate in uno stagnante conservatorismo. Oggi il Madismo è un fenomeno internazionale che coinvolge oltre cento artisti, tutti fra loro strettamente collegati, organizzati in gruppi in Argentina, Belgio, Francia, Germania, Italia, Stati Uniti, Ungheria, Venezuela e con singole presenze in Inghilterra, Slovacchia, Spagna, Svezia e Olanda; vanta musei dedicati e pinacoteche con raccolte esclusivamente ad esso consacrate. Madí è “arte di rottura” e le teorie che ne stanno alla base hanno dato un contributo fondamentale al rinnovamento artistico avvenuto nel dopoguerra; basti pensare alla liberazione dalla classica costruzione rettangolare o quadrata del dipinto nonché dalla costrizione della cornice; all’uso di materiali non convenzionali; all’introduzione del movimento nell’opera; all’analisi della percezione visiva nell’arte con sensibili ed utili collegamenti con le nuove teorie Gestaltiche, anticipando le successive ricerche, dall'arte cinetica al minimalismo. L’artista Madí è tutt’oggi una sorta di “costruttore”; egli manipola e modifica i materiali, diventando allo stesso tempo non solo pittore e scultore, ma anche architetto, falegname, operaio. Sin dalle sue origini, questo metodo espressivo è andato oltre il realismo; una delle dimensioni nelle quali l’artista può esercitare la sua libertà è proprio il grado di astrazione cui ricorre per rendere il suo argomento. Avendo completamente rinunciato all’imitazione e alla verosimiglianza, i Madisti lavorano su forme non mimetiche - non nel senso classico del termine - e sono svincolati dalla sottomissione alle molteplicità della realtà. L’artista Madí cerca di cogliere l’essenza e la purezza attraverso motivi che vanno oltre la geometria, inventando forme nuove. Ma qual è il limite entro il quale egli può spingersi senza che la sua opera venga recepita come un vuoto ed insensato gioco formalistico? A mio parere fin quando permane quell’afflato vitale che distingue l’opera d’arte dal freddo motivo decorativo, fin quando riesce a svelare il significato più recondito delle cose rimuovendo quel “velo di Maya” che, nella visione schopenhaueriana, nasconde la verità. L’opera Madí non geometrizza il reale, non è narrativa, non rappresenta nulla di pre-costituito ed è inutile cercare al suo interno le forme della natura o il sentimento dell’artista come lo si può trovare nelle opere tradizionali perché l’approccio è completamente diverso. L’opera Madí esprime se stessa e nulla di più. Dona piacere e appaga lo spettatore, ma non intende rispecchiare lo stato d’animo di chi l’ha creata. E’ il fruitore stesso che, grazie ad essa, sarà spontaneamente portato a scoprire quelle emozioni che gli vengono suggerite e che ognuno percepisce in maniera diversa. Credo sia questo uno dei motivi per i quali l’opera Madí non stanca, non invecchia e con la sua forte componente ludica, diverte. Nell’opera Madí i vari elementi fungono da struttura e si sostengono a vicenda mantenendo una condizione imprescindibile: l’equilibrio. Le forze visive si compensano l’una con l’altra creando complicità e sinergia nei rapporti di peso, collocazione, direzione, movimento e contribuendo alla bellezza ed alla vitalità del lavoro artistico. L’artista Madí crea un oggetto “altro” organizzando le sue esperienze e le sue verità entro una forma originale e caratteristica della sua personalità. Forma quindi che non imita, ma “cattura” il senso della vita con l’ausilio delle tre dimensioni spaziali, della luce e del colore usati come strumenti di identificazione e differenziazione. E’ quanto emerge per esempio dalle opere di Mirella Forlivesi nelle quali il colore accentua le qualità espressive della forma e funge da componente dinamicizzante, stimolo sensoriale ed emotivo, creando profondità e tridimensionalità. Non sempre il colore è determinante nell’opera Madí. C’è anche chi, come Franco Cortese, rinuncia alla varietà dei cromatismi per indagare le forme attraverso le essenziali preziosità del nero con l’impiego di materiali inusuali, impermeabili alla luce, come il ferro grafitato. Giuseppe Rosa si dedica sia a sviluppi optical, esprimendosi nell’eleganza di contrasti bianco/nero, che alle potenzialità espressive di piani dai colori primari allacciati tra loro, abbinati ad inserti in alluminio, con particolare attenzione a rigore e simmetria. Si tratta di una scelta piuttosto diversa da quella di Piergiorgio Zangara che lavora con il plexiglas colorato traslucido; questi basa le sue ricerche sulla sovrapposizione di trasparenze percorrendo le forme ed evidenziandone le linee strutturali quasi come in un ologramma, o ancora incasellandole e inscatolandole in complessi calcoli sequenziali. Reale Franco Frangi individua le forme geometrice primigenie, le sovrappone, le espande nell’ambiente creandone di nuove ed irregolari, dando luogo a costruzioni architettoniche immaginarie; parallelamente lavora sulla dinamica delle molteplici possibilità di accostamento dei colori suggeritegli da raziocino e fantasia, prestando massima attenzione all’equilibrio strutturale della composizione. Gaetano Pinna realizza sia costruzioni mobili in forex leggere, aeree e liberamente fluttuanti, che strutture proiettate nello spazio, incastrate nella torsione di un perpetuo movimento rotatorio su più piani. Gino Luggi sceglie forme semplici e pure, poi ne smorza la severità ritagliandole ed arricchendole con particolari inserti colorati che segnano le trame dei suoi percorsi immaginari. Marta Pilone studia le potenzialità della linea sinuosa attraverso virtuosistici giochi di onde, curve spezzate, cerchi e semicerchi, sottomettendo e piegando la materia alle sue precise esigenze. Il linguaggio di Renato Milo trova la sua forza nella levità dei materiali trasparenti o specchianti, attraverso i quali costruisce strutture tridimensionali dalle forme tortili o aggettanti, vibranti di luce ed iridescenze. La grammatica di Vincenzo Mascia alterna rigore compositivo e timbrico - nelle opere di stampo più costruttivista - a libertà espressiva nei lavori in cui l’artista traccia brevi segni diagonali colorati che “disturbano” giocosamente ed interrompono ad intermittenza le superfici monocrome. Gianfranco Nicolato rivela una forte capacità di inventare composizioni articolate “double-face”, fruibili quindi da entrabi i lati, assemblando segmenti circolari/lineari in oralcover o in multistrato smaltato con esiti di sorprendente estro strutturale. Pur lavorando con un proprio linguaggio personale ed inimitabile, in ognuno degli artisti è sempre radicata ed evidente l’appartenenza alla stessa matrice, che l’occhio attento sa riconoscere. Perché essere Madisti non è semplicemente il poter vantare l’appartenenza ad un importante movimento storico, ma è fondamentalmente un modo unico di sentire l’arte e soprattutto, uno stile di vita. Catalogo disponibile in galleria |
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