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Opere » Rota Sperti Luisa

Luisa Rota Sperti

Ciclo delle leggende

Gli stegoni del bosco Delamis

tecnica mista su carta, cm 35x35

Biografia di Luisa Rota Sperti

   

Luisa Rota Sperti

Ciclo delle leggende

La ninfa parola

tecnica mista su carta, cm 35x35

Biografia di Luisa Rota Sperti

Opere tratte da Ai confini del cielo, leggende nelle Dolomiti. 

Carlo Felice Wolff dedicò tutta la vita a raccogliere le leggende delle Dolomiti, i quadri di questo ciclo si ispirano ad alcune delle storie più belle, dal Lagorai ai monti dei Fanes. Dalle vette dei monti si dipanano le vicende di principesse guerriere, donne magiche, pastorelle: le loro storie sono metafora del "femminile universale", la loro centralità nei racconti è sottolineata dall'uso del colore. Il ciclo è implicitamente ed esplicitamente un omaggio a tutte le donne.

 
  

Luisa Rota Sperti

Ciclo delle Cattedrali, 2000, 2002

Latemar, Ettore Zapparoli

grafite su carta, cm 25x70

Biografia di Luisa Rota Sperti

Luisa Rota Sperti

Ciclo delle Cattedrali, 2000, 2002

Pelmo, John Ball

grafite su carta, cm 22x50

Biografia di Luisa Rota Sperti

Luisa Rota Sperti

Ciclo delle Cattedrali, 2000, 2002

Sciliar, Francis Fox Tuckett

grafite su carta, cm 22x50

Biografia di Luisa Rota Sperti

Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo

Pelmo e Francis Tuckett

Un défilé di cime. Una sequenza di mondi verticali, disposti come i capitoli di una lunga storia. In primo piano - e non potrebbe che essere così - giganteggiano i monumenti della geologia: guglie, pareti, spigoli e torri del magico universo dei Monti Pallidi, i paesaggi scolpiti e cesellati dalla natura con un lavoro millenario e ciclopico. E poi, molto più recenti, le vicende degli alpinisti che su quel terreno affascinante hanno saputo costruire i loro fantastici giochi. Una saga, la loro, davvero poco comprensibile per chi teme di volgere il capo verso il mondo delle altezze. Costruita a colpi di scalate, di imprese grandi ma anche di realizzazioni più modeste dal punto di vista della tecnica e dell'avventura. Alimentata da sogni infranti, da dialoghi tra l'uomo e la montagna interrotti anzi tempo, prima che potessero giungere a una conclusione sperata. Una lunga parentesi visionaria che, nella mostra, inizia idealmente con la nascita dello scalatore viennese Emil Zsigmondy e termina con la scomparsa di Andrea Oggioni, morto nel luglio del 1961 durante una tragica ritirata dal Pilone Centrale del Frêney, nel gruppo del Monte Bianco. Un secolo, tondo tondo, di scalate e di montagne. Cent'anni che racchiudono straordinari frammenti di vita vissuta tra le crode, in un lungo percorso che attraversa svariati capitoli della vicenda alpinistica e che Luisa Rota Sperti è riuscita a raccontare in un modo assai diverso da un manuale illustrato di storia. Cime, pareti e personaggi, in questa mostra potrebbero vivere in ordine sparso, ciascuno per proprio conto, uniti solo al contesto in cui sono immersi. Ciò che conta, infatti, non è la sequenza dei luoghi e degli eventi narrati, ma la relazione tra le cime e gli uomini che le hanno salite. Le montagne disegnate dall'artista, inoltre, mostrano tratti incredibilmente familiari. Regalano sensazioni curiose, come se uscissero da un puzzle che ha appena svelato una sequenza di immagini ben conosciute ma rimaste a lungo nascoste. E non perché a prima vista - come potrebbe suggerire uno sguardo distratto - assomiglino alle montagne che appaiono sui libri fotografici. Il meccanismo di identificazione scatta - credo - soprattutto perché gli elaborati appartengono all'album immaginario del mondo alpinistico. Ma c'è di più: anche se realizzati con l'aiuto dell'osservazione diretta e con occhio addestrato - anche in senso alpinistico -, i disegni che compongono la mostra offrono all'osservatore particolari e prospettive che difficilmente l'obiettivo di una fotocamera sarebbe in grado di cogliere. Propongono momenti di storia trasmigrati nella leggenda, trasfigurati dal ricordo, elaborati dalla riflessione collettiva. Cioè materiale che appartiene all'archivio della memoria alpinistica e che la mano dell'artista è riuscita a mettere in ordine, selezionare, interpretare e riplasmare in forma inedita, con un'operazione di straordinaria bravura. Un'operazione che ha permesso di ricostruire atmosfere, sfondi e prospettive, ma soprattutto di far rivivere allo spettatore lo sguardo dei protagonisti del passato. Un intervento facile da definire ma assai difficile da realizzare e che consiste nell'eliminare il superfluo, nel far sparire dalla scena gli elementi di disturbo, nel semplificare il messaggio privilegiandone l'essenzialità. In breve, un lavoro teso a suggerire un percorso di lettura che si spinge ben oltre il segno grafico; un sentiero lungo il quale può capitare di sfiorare intuitivamente la vicinanza del mistero. Il vero, grande compito dell'arte. (Roberto Mantovani). 

 

 

 
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