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Mostre » Mostra in programmazione: Fabio Bix
   
FABIO BIX

XENIA – OAS / INTERVALLO
 
 
 
 
a cura di Giovanna Brambilla e Paola Silvia Ubiali
 
 
Inaugurazione: 
sabato 14 novembre 2020 ore 18.30

Periodo:
16 novembre – 19 dicembre 2020
 

La mostra inaugura nell’ambito della X edizione del Festival di Arte Contemporanea ArtDate, organizzato da The Blank che si svolgerà a Bergamo dal 12 al 15 novembre 2020. Il tema affrontato in quest’edizione è il DONO | THE GIFT.

 

 
 
   
Nel mondo greco, dove il vincolo della reciprocità era uno degli elementi più importanti a garanzia dei legami sociali, arginando l’incertezza, si riteneva che chiunque chiedesse ospitalità potesse essere un dio celato sotto spoglie umane, quindi si poneva massimo rispetto a questi incontri. L’ospitalità comportava uno scambio di doni, xenia, parola che deriva da xenos, lo straniero: il vincolo infatti nasceva tra due stranieri, persone appartenenti a luoghi diversi, che si impegnavano per il futuro: chi era accolto avrebbe accolto, la dimora lontana dell’ospite sarebbe diventata casa per l’anfitrione. 
Il dono vive così di quattro elementi: una relazione sbilanciata, data dalla fiducia di chi investe l’altro di un dono, senza alcuna garanzia di reciprocità, il tempo lungo dell’attesa - non è uno scambio commerciale, un dare avere, ma è un sentimento che matura nella distanza - ma anche la presenza di una comunità, che fa da cornice, e di un mondo con delle frontiere. 
Xenia sono quindi gli oggetti nei quali si materializza l’ospitalità, vennero chiamati cosi i cibi, legati alla cura del corpo e della persona, e successivamente, per quella trasposizione simbolica con cui gli uomini attraverso l’arte evocano la realtà, diventarono i dipinti con cui celebrare l’accoglienza. Ma ci fu un ultimo passaggio: quello dall’arte alla carta: avvenne che il poeta latino Marziale scrisse i suoi Xenia, che offrivano carta scritta, con epigrammi, al posto del cibo, fino a Montale, che dedica la raccolta Xenia all’amata compagna, e a Borges, che dedica la Poesia dei doni alla sua grande passione, i libri della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, di cui divenne direttore, ironia della sorte, quando sopraggiunse la cecità.
Stranieri, terre, viaggi, ospitalità, carta, arte: questi elementi si compongono lentamente fino a generare la trama e l’ordito lungo cui si dipana questa mostra, che vede le opere di Fabio Bix, realizzate disponendo fragili fazzoletti di carta intorno a sottili armature di ferro, andando a costruire effimere sculture nelle città iconiche, quelle che popolano il nostro immaginario. New York, Roma, Parigi, Gerusalemme e Betlemme, fino alla zona dell’Aquila e di Amatrice, ferita dal terremoto ma non meno simbolica e pregnante.
Il dono è effimero, ha una durata limitata nel tempo, così come queste sculture che contraddicono l’idea stessa di monumento, nella sua fisicità. Monumento, che deriva dai verbi latini monere e manere, è qualcosa che deve durare e ammonire, resistere al tempo e raccontare qualcosa. Immagini di carta, silhouette in movimento con una resa plastica ingannevole quasi barocca, le immagini di Fabio Bix hanno la durata dei gesti delle mani che le compongono, le inquadrano e le fotografano. Non per questo cessano di esistere o di raccontare, perché sarà l’arte, quella stessa che dipingeva, fermandole nel tempo, le vivande offerte agli ospiti nei quadri degli xenia, a cristallizzare nelle immagini la carta mossa dal vento e a esporla agli sguardi.
Il dono, infatti, è un oggetto non oggetto, la cui consistenza materica scivola, con un perpetuo movimento, in quella simbolica, è un oggetto possibile, che si presta allo sguardo, è un vuoto, uno spazio dell’immaginazione, come quello intorno al quale si compone il fazzoletto di carta, che pone in evidenza il nesso esistente tra il bene e la fragilità, mettendo così al centro l’esistenza del valore umano, che sa esporsi, mettersi in gioco, consegnarsi all’altro da sé.
Nei loro Xenia, Marziale scriveva che la sua pagina aveva “sapore d’umano”, Montale che la sua compagna sapeva che “il moto / non è diverso dalla stasi, / che il vuoto è il pieno e il sereno / è la più diffusa delle nubi” e Borges, che parla di un dono avaro - non vedere e stare tra gli amati libri - scrisse che “Atlanti, secoli, enciclopedie, / Oriente ed Occidente, dinastie, / simboli, cosmi e cosmogonie / porgono i muri, tutto inutilmente”. Sono, questi, i versi che ci traghettano verso le città di Fabio Bix, tra Oriente e Occidente, da New York a Gerusalemme, passando per l’Aquila. Borges si insidia in queste architetture, tra simboli e cosmogonia, tra edifici sacri, come la Basilica di San Pietro, e profani, come il Palazzo della Civiltà italiana, tra secoli e stili, tra luoghi deserti e folle in movimento. Da Gerusalemme a New York si segnano le tappe della storia dell’arte, dalla contaminazione con le immagini nata con il Cristianesimo, a una Roma centro del fiorire delle arti, fino al passaggio di testimone, nell’Ottocento, da Parigi a New York.
In tutti questi luoghi l’artista è xenos, è straniero, è ospite accolto, nei confronti del quale si sospende il giudizio, in tutti questi spazi realizza una sorta di dono, costruito intorno al vuoto dell’ospitalità, con un legame di reciprocità che si incarna nell’immagine. Lo sguardo è spesso dal basso verso l’altro, tradisce stupore, desidera punti di vista scenografici, racconta meraviglia. Ma, come per molti viaggi, lo xenos per eccellenza cerca di tornare a casa, arriva la nostalgia, il dolore per il desiderio del ritorno e l’ultima tappa, nell’agosto 2020, è il territorio divelto, come una piaga esposta, dell’Abruzzo, unica terra dove non ci sono solo le figure precarie di carta, ma in cui le fotografie celebrano l’epica degli edifici infilzati, il titanismo del loro ergersi nella lacerazione dei muti. Dove l’idea degli xenia si trasfigura non solo in forme bianche in fuga, ma anche in parole stridenti, brandelli di un logos spezzato che racconta una storia non ancora ricomposta. E di nuovo ecco il viaggio, per andarci, il paesaggio, architettonico ma straniante, la collettività evocata nella sua assenza, l’immagine scattata, che tradisce dietro lo schermo la presenza dell’artista, xenos in punta di piedi, testimone di un’attesa che rivendica attenzione.
Chiude la mostra, aprendola a nuovi sguardi, un video girato in questo agosto di silenzio, nel territorio dell’Aquila, di Amatrice e dei comuni vicini, dove le corde di un violoncello – uno strumento che parla di emozione, di corde tese – racconta un vuoto gravido di dolore, ma affamato di possibilità. Si tratta di un'anteprima, dove ritorna il filo conduttore del lavoro dell'artista, che va sotto il nome di Omnia Alia Sunt, ovvero l'ambiguità tra ciò che si dà ai nostri occhi, a volte ingannandoli, e ciò che invece è, come il fazzoletto che simula una scultura barocca. In questo video, che con il titolo Intervallo ricorda la trasmissione mandata in onda come "stacco", l'idea della crepa tra realtà e apparenza si fa ancora più stridente, come lo scollamento tra l'intervallo della trasmissione e la sospensione nel tempo dei paesi in macerie. Qui l'intervento dell'artista è un dono, perché si prende cura dei luoghi, non li evita ma si fa ospite, sveglia le coscienze, non tanto come denuncia ma come rivendicazione all'arte di uno sguardo sincero, che sa ingannare ma che sa anche fare fronte alla verità delle cose.
 
Giovanna Brambilla, settembre 2020
 
 
Premiere Classe